Un’invenzione impossibile — capitolo 1

I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi. [1]

Carlo Dossi

1 – Esordio di un viaggio improbabile.

Erano settimane che cercavo di raffigurarmi l’uomo, lo strano italiano che sembrava avesse inventato – ma forse si dovrebbe dire scoperto – una fonte di energia senza precedenti, potenzialmente in grado di cambiare il mondo. Proprio così: il mondo intero. Non l’avevo ancora incontrato; avevo sentito la sua voce energica al telefono le poche volte che ci eravamo sentiti, e avevo visto un paio di brevi videoclip di quando aveva presentato la sua invenzione a Bologna, il 14 gennaio del 2011 – la presentazione che mi aveva condotto a questa eccezionale vicenda. Senza rifletterci troppo sopra, me lo ero immaginato come il tipico stereotipo dell’inventore. Vi ricordate il film Ritorno al futuro? Qualcosa del genere, a parte la selva di capelli bianchi di Christopher Lloyd: un tipo un po’ maniacale e sulle spine, lo sguardo intenso ma anche un po’ distratto. Chiaramente, poco o nulla a che vedere con l’uomo che mi stava di fronte in quel mattino freddo e nevoso del 3 febbraio 2011, nell’atrio della redazione della rivista Ny Teknik, nel centro di Stoccolma, dove lavoravo come giornalista da più di dieci anni. Niente sguardo sfuggente. Al contrario: davanti a me stava un signore rilassato sulla sessantina, sguardo vivace, sorriso amichevole, giacca grigia e cappotto scuro.

“Buongiorno”, disse Andrea Rossi in italiano, porgendomi la destra con fare franco, informale e rilassato. Nella sinistra teneva una copia del numero di Ny Teknik dove avevamo pubblicato, il giorno prima, un’intervista speciale su di lui e sul suo consulente scientifico, il professor Sergio Focardi, con tanto di foto di entrambi. I due parevano quasi una coppia di comici: Rossi, corporatura smilza ma vigorosa e sguardo fermo, con il braccio attorno alla spalla di Focardi, più basso di lui di una spanna e un po’ più robusto – due occhi che si affacciavano meravigliati da un paio di occhiali con montatura in corno marrone scuro, foggia anni Cinquanta, e lenti spesse come fondi di bottiglia. Rossi sembrava felicissimo dell’articolo. La sua gratitudine era ben comprensibile; ero consapevole che la sua invenzione – il ‘catalizzatore di energia’ o E-Cat – verteva su un àmbito dove da più di vent’anni si riversava la vituperazione di comunità scientifica e media: la fusione fredda. Dopo la presentazione a Bologna, un paio di testate italiane avevano dedicato brevi trafiletti alla notizia; ma nel resto del mondo il silenzio era stato quasi totale, sia da parte dei media sia da parte della comunità scientifica. E le cose erano destinate a rimanere così per altri due anni.

Un reportage approfondito su una rivista di tecnologia seria e affermata come Ny Teknik, con i suoi trecentomila lettori, rappresentava per Rossi un’importante conferma, un fiore all’occhiello. Ma la sua immitigata soddisfazione mi dava da pensare e destava sospetti. Cosa mi era sfuggito? Poteva forse la reazione positiva di Rossi essere un sospiro di sollievo, la sua soddisfazione perché non ero riuscito a individuare qualcosa nel suo lavoro di cui avrei dovuto accorgermi? Avevo contribuito ad appoggiare qualcosa di discutibile?

In effetti, mi era stato detto di diffidare di Rossi, per motivi ragionevoli. Tra i fisici, la fusione fredda era un concetto altamente controverso, sulla cui stessa ammissibilità la scienza non era affatto concorde. La questione delicata del riserbo di Rossi sulla sua proprietà intellettuale rendeva la situazione ancora più complessa: non venivano fornite spiegazioni dettagliate sulla costruzione del dispositivo, in nome di certi ‘segreti industriali’ che andavano protetti. Peraltro, nel suo passato c’erano state altre due invenzioni tanto fallimentari quanto famose, una riguardante la produzione di olio combustibile dai rifiuti organici, l’altra la creazione di energia dalla differenza tra caldo e freddo per mezzo di una termocoppia – una piccola struttura metallica normalmente adatta a misurare delle temperature, o tutt’al più a fornire energia elettrica a componenti elettronici, ma che, secondo Rossi, avrebbe potuto produrre energia in quantità più significative. Come se ciò non bastasse, la dimostrazione di Bologna aveva suscitato perplessità perché era stata organizzata per invito a scienziati e rappresentanti dei media, come una conferenza stampa – il che, là dove si tratti di scoperte scientifiche eclatanti, è solitamente un cattivo segno, e lascia sovente un retrogusto inquietante: il sospetto che non sia stato dato un quadro completo della situazione. Normalmente, le notizie scientifiche vengono affidate ad articoli di settore, soggetti a referaggio indipendente (il cosiddetto peer review), dove vengono resi noti tutti i particolari di modo che altri ricercatori possano replicare qualsiasi esperimento e confermare che il lavoro sia veramente valido. Lo scopo è quello di condividere i saperi, il che solitamente non si dà quando una notizia scientifica viene presentata a una conferenza stampa, spesso al solo scopo di attirare investimenti.

Nella fattispecie, non si trattava di presentare una novità scientifica, per quanto rivoluzionaria ed epocale (ammesso che si potesse dimostrare che il dispositivo di Rossi funzionava). La presentazione bolognese era piuttosto intesa a far vetrina per un imminente apparecchio commerciale. Rossi era andato diritto al dunque: aveva promesso un’istallazione pilota per un cliente in Grecia entro l’ottobre del 2011, un’istallazione che avrebbe prodotto un megawatt termico di potenza. Un megawatt non è roba da poco – è una potenza in uscita scelta con oculatezza e discretamente imponente. Benché trascurabile se paragonata, per esempio, a quella di una centrale nucleare, che è su per giù mille volte maggiore, si tratta comunque di una quantità significativa, comparabile a quella di mille caloriferi elettrici funzionanti tutti insieme a pieno regime, o al consumo medio di circa 300 famiglie occidentali, luce, riscaldamento, acqua calda e climatizzazione compresi. Appellarsi a un segreto industriale e alla proprietà intellettuale era pertanto giustificabile: Rossi non mirava a convincere il mondo dell’esistenza di un nuovo procedimento fisico, ma si prefissava di dimostrare a tutti che aveva creato una nuova fonte di energia funzionale e commercializzabile. Doveva convincere clienti e potenziali investitori: non c’era quindi motivo di rivelare con esattezza i dettagli costruttivi del dispositivo, contava invece dimostrare che funzionava. Secondo Rossi, anche la presentazione a Bologna di qualche settimana prima era stata organizzata solo perché Sergio Focardi gli aveva chiesto di fare una dimostrazione della tecnologia. Rossi mi aveva spiegato che avrebbe voluto rimandare l’annuncio pubblico a ottobre, quando avrebbe avuto qualcosa di più concreto da mostrare, ma che Focardi era impaziente.

“Io sarei uscito anche prima. Ma, sa, quando uno ottiene dei risultati ha piacere a diffonderli; poi ho 78 anni, non posso mica aspettare tanto”, mi aveva detto Focardi al telefono.

A tutta prima, non sembrava proprio che Rossi fosse a caccia di denaro. Anzi, aveva detto chiaramente che non avrebbe preteso un soldo da nessuno fino a che non fosse stato completato e messo in funzione l’impianto in Grecia, e che stava pagando tutto lo sviluppo di tasca propria, con i proventi delle sue attività precedenti. Avrei quindi dovuto prendere in considerazione anche gli affari e le invenzioni precedenti; ma ancor prima che mi mettessi a fare ricerche sul suo passato, Rossi mi aveva spiegato la situazione, raccontandomi la propria versione dei motivi per cui la sua società – la Petroldragon, con annesso procedimento per estrarre olio dai rifiuti – era stata improvvisamente chiusa, e del suo conseguente arresto per reati ambientali ed evasione fiscale, accuse dalle quali era stato in seguito sostanzialmente prosciolto. Pensai che questa spiegazione, benché né immediatamente ovvia né di facile conferma, fosse quantomeno plausibile, benché Rossi avesse pagato sulla propria pelle un prezzo molto alto. Mi spiegò che, per dirla in breve, non si sfugge al castigo quando ci si muove in un settore dove si combatte contemporaneamente contro due potenti interessi: quello dell’industria petrolifera, che vende petrolio, e quello della malavita organizzata, che cerca di assumere il controllo della gestione dei rifiuti in numerosi paesi. Alla fin fine, per tutti i campanelli d’allarme individuati dagli scettici – le invenzioni fallite, i segreti commerciali, la conferenza stampa, i problemi con le attività precedenti – ebbi la sensazione di avere ricevuto spiegazioni accettabili.

Il punto cruciale era il dispositivo stesso. Forse non giovava alla credibilità di Rossi che avesse l’aspetto di un raffazzonato distillatore a uso domestico avvolto nella stagnola. Ma il vero problema era ben altro: la maggior parte dei fisici e degli scienziati era concorde nell’affermare che non poteva assolutamente funzionare nel modo affermato da Rossi e Focardi. Intanto però, l’apparecchio, a quanto pare, sobbolliva tranquillo e produceva molto più calore di quello che gli veniva fornito con l’elettricità, e nemmeno in quantità trascurabili. L’acqua veniva trasformata in vapore con una potenza netta di dieci chilowatt, su per giù comparabile a quella di quattro fornelli da cucina elettrici accesi a massimo regime. Ad attestare che il dispositivo producesse davvero tutto quel calore era uno scienziato, Giuseppe Levi, fisico sperimentale e ricercatore presso l’Università di Bologna, comunemente considerata la più antica istituzione universitaria del mondo. Per molti anni, Levi era stato collega di Focardi, e aveva svolto l’incarico di monitorare la dimostrazione bolognese dal punto di vista scientifico, tenendo d’occhio gli strumenti e il modo in cui venivano effettuate le misure. Ci tenne a dire che i risultati erano preliminari, ma era chiaro che l’apparecchio l’aveva molto colpito.

Al telefono mi aveva detto: “Ho visto questo oggetto la prima volta nel dicembre scorso. Sono rimasto impressionato dalle potenze.”; poi aveva continuato: “Quello che mi ha impressionato, e la cosa che distingue totalmente quest’oggetto da tutto ciò che ho visto in precedenza, è che abbiamo 10 kW, e assolutamente ripetibili”.

Non è particolarmente difficile misurare l’energia termica, specie se, come in questo caso, le quantità sono considerevoli. Basta lasciare che la fonte di energia scaldi l’acqua, e poi applicare delle semplici formule per calcolare quanta energia sia richiesta per portare quell’acqua da una certa temperatura a un’altra. Anche se l’acqua bolle e si trasforma in vapore c’è una formuletta ad hoc. Per un fisico, entrambi i processi sono roba da ragazzi. Ma in questo caso il risultato era così controverso che tutti gli interessati davano accanitamente la caccia a ogni potenziale fonte di errori. Cosa mai poteva essere sfuggito?

Quanto a me, nel mio ufficio in quel giorno di febbraio mi chiedevo se l’uomo dallo sguardo vivace, dal sorriso garbato e dalla franca stretta di mano che avevo di fronte, potesse essere un abilissimo imbroglione. Mi resi conto che non sarebbe stato facile smascherare un truffatore simile, ma pensavo che avrei potuto mettere a frutto la mia esperienza da giornalista e una preparazione universitaria in ingegneria. Avevo una serie di domande, l’una di fila all’altra, ad ampio spettro. Che dati erano stati presentati? Quanto erano affidabili le fonti? Quanto credibili le teorie che affermavano che l’apparecchio non poteva funzionare? Quanta parte dello scetticismo scientifico era meramente sociologica, dovuto a resistenza alle novità? Chi erano le persone coinvolte? Quali le loro provenienze e credenziali scientifiche? Come si stavano comportando? Con quali moventi? Che rischi si erano assunte? Come avrebbero potuto architettare un’eventuale frode? Quante persone vi sarebbero state coinvolte? E chi era Andrea Rossi?

Levi mi aveva detto: “Mi viene anche da sottolineare il fatto che il pattern di comportamento dell’ing. Rossi è quello di uno scienziato serio. Non è il pattern di un comportamento di chi fa invece della forgery [“contraffazione”, “falsificazione”]. Perché chi fa forgery non va dentro un dipartimento di fisica, non accetta di che ci siano degli strumenti intorno al suo apparato, e non si confronta con gli scienziati”. Levi non lo avevo mai incontrato, ma non avevo motivo di dubitare del suo giudizio. D’altra parte, la vicenda era così controversa da indurmi a pensare che non avrei dovuto fidarmi di nessuno. Tutti questi pensieri mi balenavano in mente mentre stavo là davanti a Rossi. Gli strinsi la mano tesa e lo salutai – e la sua era una stretta di mano ferma, priva di esitazioni.

Immediatamente mi mostrò l’articolo sulla rivista. “È bellissimo – grazie davvero”, disse. Borbottai qualcosa del tipo che non c’era niente di cui dovesse ringraziarmi. Chiacchierammo un po’, mentre continuavo a domandarmi chi fosse veramente, poi gli chiesi se avesse gradito un caffè. Rossi prese un paio di copie della rivista, e ce ne andammo girato l’angolo, al mio abbeveratoio preferito, un baretto italiano dove scendevo di soppiatto tutte le mattine per la seconda colazione: un cappuccino e un cornetto, più una chiacchierata in italiano e qualche momento per riflettere. Dietro al banco scintillava la macchina per il caffè, manovrata da Alessandro e Vincenzo, i due giovani gestori pugliesi. Il loro locale era uno dei pochi a me noti in tutta Stoccolma che servisse caffè italiano veramente di ottima qualità.

§

Il vizio della seconda colazione l’avevo preso in Italia, dove ero vissuto due anni, un particolare che ha chiaramente avuto la sua influenza in questa vicenda. Mia moglie è italiana, e mi era stato relativamente facile imparare la lingua; forse, era stato proprio questo, assieme alle mie conoscenze di fisica in qualità di ingegnere, a essere decisivo nello stabilire un contatto con Rossi, che dopo le sue esperienze passate manifestava un certo riserbo nei confronti dei giornalisti. Di più: era stata proprio la competenza in italiano a farmi conoscere il suo dispositivo. Pochi giorni dopo la presentazione semipubblica di Bologna, un lettore ne aveva informato la nostra redazione con un link a un blog italiano. Si trattava di un report informale sul lavoro di Rossi; leggendolo, mi resi conto immediatamente che i risultati, se autentici, erano assolutamente straordinari; pensai inoltre che con la mia conoscenza della lingua avrei forse potuto esaminare adeguatamente le fonti; ma ero scettico, e quindi non avevo fretta.

Attesi un giorno, poi compilai un compendio della notizia – “Fusione fredda: pronti per la produzione?” – che venne pubblicato sul sito web della rivista, e non ci pensai più. Poche ore dopo dovetti ricredermi. La reazione era stata enorme, la notizia era stata divorata dai lettori. Sapevamo per esperienza che la maggior parte di loro, per lo più ingegneri, aveva un forte interesse per la questione energetica. Mentre l’attenzione del grande pubblico era incentrata sul modo in cui il consumo di energia e le emissioni di anidride carbonica influenzano l’ambiente, l’approccio degli ingegneri si traduceva quasi sempre in una curiosità insaziabile per ogni possibile soluzione tecnica al problema. La soluzione del problema energetico era da poco diventata il supremo ideale, una sorta di Santo Graal, per molti tecnici – nonché meta primaria per piccoli e grandi imprenditori, soprattutto quelli che avevano riportato dei successi in altri settori e ora avevano denaro da investire su progetti nuovi. Una nuova fonte di energia che prometteva di essere economica, pulita e praticamente illimitata era un bocconcino irresistibile per i lettori, soprattutto quando si dava loro la possibilità di discutere se funzionava o no. L’articolo sfondò ogni record di lettura per il nostro sito, arrivando in breve tempo a superare i centomila accessi – una cifra mai raggiunta in precedenza da altri servizi. Anche in termini assoluti si trattava di un numero molto alto per un pezzo tecnico in lingua svedese: la Svezia è un paese piccolo, con una popolazione di nove milioni di abitanti. Partì subito un dibattito acceso sulla tecnologia, basato sull’expertise tecnica dei lettori in vari campi, che arrivò in poco tempo a generare diverse centinaia di commenti; ben presto si cristallizzò tra i nostri lettori la stessa polarizzazione che si era avuta tra altri individui che avevano sentito parlare dell’E-Cat: da un lato, il dispositivo non poteva funzionare in base alla fisica standard; dall’altro sembrava funzionasse. A questo punto, i lettori si chiesero: chi è Rossi? Cosa vuole veramente? Ne volevano saperne di più.

Per prima cosa, contattai Hanno Essén, fisico teorico svedese dell’Istituto Superiore Reale di Tecnologia di Stoccolma: il fatto che fosse un fisico era ovviamente significativo, ma Essén era anche presidente dell’Associazione degli Scettici[2] svedese, la quale, assieme ad altre organizzazioni sorelle in tutto il mondo, era costantemente dedita a sfatare la pseudoscienza, ossia tutte quelle cose che si presentavano come scienza, ma che, secondo l’associazione, non erano che folclore, se non vere e proprie menzogne confezionate in modo da istillare fiducia nella loro scientificità. Chiesi a Essén di valutare il lavoro di Rossi e la relativa documentazione, ivi compreso un lavoro per certa misura scientifico che lui e Focardi avevano pubblicato un anno prima, nel febbraio del 2010. L’articolo non era particolarmente autorevole, non essendo stato accettato dai media scientifici di consolidata fama – un mondo ristretto di pubblicazioni specialistiche che riportavano articoli basati sul peer review, una procedura secondo cui ogni articolo presentato è soggetto a revisione e critica da parte di esperti e ricercatori indipendenti appartenenti alla stessa disciplina, prima di essere approvato per la pubblicazione. In quel mondo, non sarebbe stato possibile accogliere il paper di Rossi e Focardi, in parte perché non esisteva una spiegazione scientificamente accettabile per il processo che avveniva all’interno del dispositivo, ma soprattutto perché la sua progettazione non veniva descritta nei particolari. I famosi ‘segreti industriali’ di Rossi erano per l’appunto tali: segreti – e nessun altro ricercatore avrebbe potuto ripetere il procedimento in base alle informazioni contenute nell’articolo. La pubblicazione era invece uscita su un sito web, il Journal of Nuclear Physics, dal nome sulle prime evocativo di una rivista scientifica, ma fondato e gestito direttamente da Rossi, che ne era il proprietario.

Essén esaminò il materiale. Con mia sorpresa, il primo commento fu: “Mi sembra interessante”. Sùbito curioso, gli chiesi di spiegarsi. Come Levi, Essén osservò che rivelava la presenza di energia e di dati sperimentali in buona quantità. “Il fatto che sia riproducibile, che abbiano addirittura costruito un’unità stabile, è una novità”, commentò. Seguì una lunga discussione.

“Ma le obiezioni sulla fisica?”. Rispose che, sebbene l’impianto della maggior parte delle nostre cognizioni di fisica nucleare esistesse da anni, c’erano ancora ambiti sui quali avevamo una conoscenza scarsa. “Non c’è bisogno di essere dogmatici”, disse, e menzionò un proprio lavoro che aveva pubblicato su un sito web aperto, senza peer review, esattamente come Rossi e Focardi. C’era la possibilità che avesse qualcosa in comune con la fisica del dispositivo di Rossi, ma la pubblicazione era stata accolta da silenzio. Vi si descriveva un fenomeno che avviene allorché si riscaldano i metalli: fra le altre cose, accadeva che si generassero elettroni orbitanti a velocità prossime a quella della luce creando uno stato cosiddetto di plasma – un settore sul quale le conoscenze scientifiche erano ancora scarse.

Mi vennero in mente i grandi scienziati ed esploratori del passato: visionari con idee sovversive come Niccolò Copernico, Giordano Bruno, Galileo Galilei e Charles Darwin, alcuni dei quali, nel presentare idee contrarie alle opinioni prevalenti, si erano scontrati con i loro contemporanei, mentre altri avevano rischiato la vita, quando non furono – come nel caso di Bruno – addirittura giustiziati. Galileo, sovente citato come il padre della scienza, aveva puntato il suo telescopio – un’invenzione da lui stesso perfezionata – su Giove. Scoprì che c’erano quattro lune che orbitavano attorno al pianeta, e comprese che non solo vi erano buoni motivi per essere d’accordo con Copernico sul fatto che la terra non poteva stare al centro dell’Universo – circondata da enormi sfere di vetro ruotanti l’una dentro l’altra alle quali erano fissati i corpi celesti – ma anche che poteva fornirne di persona le prove. Il fatto che, successivamente, avesse osservato con il telescopio le fasi del pianeta Venere fu solo la ciliegina sulla torta delle sue scoperte di astronomia. Ma non poté mettere in dubbio impunemente un punto di vista che perdurava da millenni: la terra come centro dell’Universo era un punto basilare per le credenze della Chiesa Cattolica. E se non ci si poteva fidare della Chiesa su questo, di quante altre cose si sarebbe potuto dubitare? Quali credenze – o miscredenze – sarebbero insorte tra la gente? Di questi pericoli, la Chiesa fu fin da subito consapevole: Galileo finì davanti all’Inquisizione, fu costretto ad abiurare alle proprie idee e confinato agli arresti domiciliari per il rimanente dei suoi anni – il che non gl’impedì di continuare a scrivere clandestinamente.

Le nuove conoscenze hanno davvero il potere di creare queste paure, sia fra coloro che rappresentano i saperi attualmente in vigore sia fra quelli che detengono interessi potenti fondati sul vigente ordine del mondo. Anche se i nostri metodi scientifici possono sembrare moderni, una situazione simile avrebbe potuto verificarsi anche oggi: non era irragionevole pensarlo, anche se, nella fattispecie, si trattava di conoscenze – quelle inerenti alla fisica nucleare – vecchie di circa un secolo soltanto e non di duemila anni. Era altresì evidente che, se fosse venuta alla luce una fonte di energia a buon mercato, pulita e pressoché inesauribile, gli interessi di potere in gioco sarebbero stati immensi – ma faticavo a credere che questo fattore potesse essere significativo fin dal momento in cui si valutava la fisica del dispositivo. Era invece una minaccia appena dietro l’angolo, sempre che l’apparecchio avesse funzionato.

Ringraziai Hanno Essén per le sue riflessioni, riattaccai e misi ordine ai pensieri. Tanto per cominciare, c’era un dispositivo che pareva funzionare anche se non avrebbe dovuto farlo. Poi c’era un fisico scettico che l’aveva trovato ‘interessante’ e una risposta travolgente da parte dei nostri lettori. Una combinazione accattivante. Pensai che fosse davvero il caso di parlare con Rossi, così spedii una mail cortese e formale in italiano a lui e a Focardi, facendo notare che l’interesse in Svezia era stato enorme, e chiedendo di fare un’intervista. A quanto pare, suscitai l’interesse di Rossi, che il giorno stesso rispose: “Ottimo! La chiamo domani alle 14:00”.

L’intervista con Rossi e Focardi costituì il pezzo comparso sulla copertina di Ny Teknik, quello che Rossi vide al nostro primo incontro, quando, quel giorno in febbraio, varcava la soglia dei nostri uffici a Stoccolma. Come sempre, l’avevamo pubblicata anche sul nostro sito, in svedese e in forma leggermente diversa; ma dal momento che incominciavo a rendermi conto del notevole interesse a livello internazionale – e che i grandi media non avevano ripreso la notizia – ne feci io stesso una traduzione in inglese, che facemmo comparire sul sito contemporaneamente. In seguito, ebbi la sensazione che la versione inglese non solo aveva acquistato un vasto pubblico internazionale, ma aveva addirittura influenzato alcuni eventi della vicenda.

Sul sito, il titolo dell’articolo era: “La fusione fredda potrebbe produrre un megawatt ad Atene”, mentre sulla prima pagina di Ny Teknik appariva: “Ci meritiamo il Nobel”. Non era stato Rossi, ma Focardi a esprimermi con garbata cautela nel corso dell’intervista telefonica il suo punto di vista sulla tecnologia e sulle possibilità di ricevere il Premio Nobel.

“Guardi, i premi me li do da solo. Io ritengo, scusi se lo dico io, che questa sia la più grande scoperta della storia della umanità. Quindi, diciamo, se ci danno il premio Nobel, secondo me è meritato”.*

Quando, in seguito, vidi il titolo di testa che parlava del Nobel, pensai che se tutta la vicenda fosse finita in una ben congegnata bufala o in un malinteso, o se semplicemente l’apparecchio non avesse funzionato, i critici avrebbero còlto ogni possibile occasione per farsi beffe di noi per quel titolo, anche se avevamo solo citato una frase di Focardi. Se viceversa l’invenzione avesse funzionato, sarebbe stata una candidatura quasi automatica per il premio, benché non fosse chiaro a chi sarebbe stato conferito. In quel caso, mi dissi, sarebbe stato più facile giustificare la prima pagina della versione a stampa; e pensavo al mio redattore, Jan Huss, e alla sua decisione di pubblicare il tutto come notizia sensazionale, nonostante il suo stesso scetticismo.

§

Al bar prendemmo un espresso. Avevo una sfilza di domande: le mie personali congetture, i diversi punti di vista dei lettori, idee su come si sarebbe potuto far produrre calore all’apparecchio in maniera occulta, alcune stranezze che riguardavano il cliente greco, il ruolo del prof. Focardi e un bel po’ di altre cose che necessitavano di risposte. Soprattutto, volevo cercare di comprendere chi fosse Rossi e quali le sue motivazioni. Per ogni domanda, ebbi una risposta diretta. E mi parve di capire due cose. La prima, che Rossi dava l’impressione di essere una persona molto intuitiva che spesso prendeva decisioni immediate e importanti basandosi su un istinto viscerale. La seconda, che, in base a quell’intuito aveva già deciso di fidarsi di me. Mi rendevo conto che questo poteva essere funzionale ai suoi scopi: nella nazione del Premio Nobel, l’interesse di un giornalista amico, che si rivolgeva a un pubblico vasto, curioso e ben informato, poteva essergli prezioso – anche se non aveva modo di controllare quello che scrivevo. Benché non potesse sapere cosa avrei pubblicato, mi raccontò dei particolari che avrebbero potuto danneggiarlo se fossero stati resi pubblici; in particolare, mi raccontò dei suoi primi contatti con una grande Corporation americana, la quale probabilmente non avrebbe gradito che fosse messo in piazza un legame con l’area sospetta della fusione fredda.

Alla fine, mi ritrovai nel bel mezzo del tipico dilemma del giornalista. Avevo ricevuto informazioni che non potevo pubblicare liberamente – avrei perso i contatti con la mia fonte principale, ossia Rossi; d’altro canto, non potevo scartare le informazioni che mi dava, utili per mettere insieme quel quadro generale che è fondamentale per un giornalismo ben informato. Inoltre, mi rendevo conto che quella stessa tecnologia e il suo enorme potenziale erano così affascinanti che chi se ne occupava sarebbe potuto rimanerne letteralmente ammaliato e perdere la propria oggettività. Non potevo fare a meno di contare su Rossi, sugli scienziati coinvolti, e sul mio personale giudizio, e la mia unica consolazione era la consapevolezza dei rischi che avrei corso. Sapevo benissimo che avevo appena intrapreso un viaggio che avrebbe potuto portarmi … ovunque. Sapevo anche che avrei dovuto, al massimo delle mie possibilità, rimanere in contatto con persone che avrebbero avuto opinioni differenti su Rossi e sulla sua invenzione, e discutere con loro personalmente e senza preconcetti. A questo punto, mi rimaneva solo di prendere il treno!

© Mats Lewan, 2014, 2015


[1]  Note azzurre, 1870/1907 (postumo 1912/64).
[2] Föreningen Vetenskap och Folkbildning.

* Le interviste orali condotte originariamente in italiano sono state riportate verbatim, senza sostanziali modifiche, e presentano ovviamente tutte le caratteristiche della lingua parlata (NdT).

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